La passione, motore fantastico e incosciente

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C’è un mondo che non esiste, ma mediamente ogni due settimane si monta e si smonta in posti sempre diversi.

E’ un villaggio sempre uguale, più o meno. Ha le sue leggi, i suoi documenti, le sue licenze, i suoi ristoranti, gli uffici e soprattutto è popolato da persone fantasticamente strane.

Sì, sto parlando del paddock della MotoGP. Un mondo che vivo da molto tempo e che considero una seconda casa. Quel gigantesco parcheggio di rimorchi e trattori, però senza la vita che gli gira intorno non sarebbe altro che un ammasso di mezzi pesanti colorati.

E invece no, si tratta di un piccolo Stato, che vive di competizioni, sia su pista che interne. Si nutre di rivalità e fonda la sua esistenza su un solo unico elemento – che non esiste in natura – si tratta dei soldi.

Difficile poter entrare a qualsiasi titolo nel paddock se una discreta quantità di soldi non lo voglia. Facciamo un esempio, pratico. Seguire una stagione da giornalista, o da meccanico o da cuoco, costa, di viaggi di macchine in affitto, di hotel.

Dunque se qualcuno o voi non ha uno sponsor (che può essere un giornale, un datore di lavoro in un team o uno sponsor che lo voglia) non ci sarebbe possibilità di muoversi con il paddock.

Perché allora è così affascinante? Facile, non c’è un motivo plausibile o facilmente descrivibile. Si tratta della passione per uno sport difficile ed emozionante, dove conta l’uomo nella sua interezza (dal fisico alla testa) e nel quale sono coinvolte tecnologie al massimo livello.

Vedete è difficile spiegarlo, però per far capire meglio cosa intendo, vi metto qui sotto uno spezzone del film “Febbre da cavallo” di Steno, anno 1975.


Sarebbe difficile spiegarsi meglio. Il fascino del paddock non poteva essere spiegato meglio, come è calzante l’attinenza del giocatore dei cavalli con chi lavora nel paddock. Uguale. 

Ci sono persone che si impegnano come mai avrebbero fatto in altre situazioni solo per avere un pass permanente al collo (che equivale alla cittadinanza di uno stato), altri che fanno pazzie per essere ospiti (visto temporaneo) in una gara.

E ormai chi è abituato alle routine del paddock certe cose non le vede nemmeno più. Non tutti gli addetti ai lavori capiscono quanta preparazione ci sia in un viaggio in moto da parte di un appassionato per andare a vedere una gara. Permessi dal lavoro, tagliandi alla moto, pianificazione dell’itinerario, attenzione al budget, ricerca di un hotel (che abbia un posto sicuro dove parcheggiare) e poi di quanta emozione ci sia nel varcare un cancello di una pista. Da questa parte della rete, insomma, da dove noi che viviamo nel paddock guardiamo verso le tribune, a volte chi viene a vedere le gare, viene vista come una macchia di colore quando va bene e una seccatura, quando la passione genera traffico per arrivare in circuito.

A volte anche noi che viviamo in casa con una valigia fatta e una no, non capiamo quando dobbiamo fermarci, perché ogni volta che partiamo lasciamo dietro qualcuno, anche di importante. La passione gioca questi scherzi. E’ accecante e rende incoscienti, pericolosamente.

Il paddock è un mondo che muore e nasce ogni volta, chi lo popola ci si ritrova dentro fino al collo e lo vive con passione accecante anche se la modernità ha portato al suo interno tutte le difficoltà possibili, solo più estremizzate e logoranti.

Ma finché ci sarà quel motore acceso che fa bollire il sangue, ci sarà sempre qualcuno pronto a imbarcarsi per l’isola che non c’è.

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