Sicurezza nelle corse, ci vuole più testa

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Cosa è successo? Ci siamo svegliati un’altra volta dal nostro torpore con un altro cazzotto in faccia. L’abbiamo perso bene in pieno, e non ci siamo spostati. L’incidente di Luis Salom a Barcellona è stato il fulmine a ciel sereno che nessuno si aspettava. La bandiera rossa nella telecronaca internazionale è spuntata dal nulla. Nessuno, tra chi guardava da casa o dalla sala stampa del Montmelò, aveva capito cosa fosse successo. Poi quell’inquadratura da lontano e chi tra noi ha già vissuto questa esperienza ha sentito il sangue gelarsi nelle vene.

Personalmente sono tornato indietro a quel sabato mattina di ottobre, nel quale, alzando gli occhi verso i monitor che proiettavano le FP4 del GP del Giappone, mi rendevo conto che quella macchia nera e blu che vedevo a terra, immobile, era Alex De Angelis.

Freddo nelle vene. Ricerca della concentrazione. Ricerca delle idee, che mi portarono allora a correre verso il centro medico, sperando in qualsiasi entità perché tutto andasse per il meglio, per dire “ma si è un’altra scivolata”, “dai che ora si alza come al solito”. E invece niente. Alex a terra, il lenzuolo davanti alle telecamere e il ghiaccio che fa posto al freddo nelle vene. Il tempo si dilata, l’agitazione e l’apprensione non ti fanno essere razionale.

Salom è schizzato sulla via di fuga come un sasso piatto lanciato sul pelo dell’acqua, non ha rallentato lui e non lo ha fatto la sua Kalex. Un impatto tremendo, letale per chiunque in qualsiasi situazione.

Ma siamo al Montmelò, come è potuto accadere? Gli incidenti accadono e basta, succedono. Ecco questa è una delle più grosse balle che gli esseri umani si raccontano per giustificare determinati inaspettati eventi. Il motomondiale ha scavalcato gli anni 2000 e viaggia verso il 2020. L’elettronica ha preso il sopravvento e gli incidenti gravi, come direbbero gli anglosassoni, sono drammaticamente diminuiti. La sicurezza ha fatto passi avanti micidiali, ma ancora si muore.

Per la Moto2, Salom è il secondo pilota a lasciare la sua vita su una pista, il primo fu Shoya Tomizawa, poi ci fu Marco Simoncelli in MotoGP. Se per il simpatico pilota giapponese l’elettronica non c’entra nulla col suo incidente, per Salom e Simoncelli, un po’ lo zampino del silicio c’è. Non voglio dire che le loro cadute sono state causate da un malfunzionamento, attenzione. Dico solo che da quando le centraline governano questo sport, quelle situazioni che abbiamo dato per innocue sono diventate pericolose. Come accaduto a De Angelis, apparentemente caduto in punto non pericoloso e quindi non protetto, Salom è caduto in una zona protetta ma non adeguatamente, scivolando su una via di fuga asfaltata verso un air fence sufficiente forse per il solo pilota e non anche per la moto arrivata successivamente.

Fatalità, si è detto. Si ma non basta. La sicurezza dovrebbe essere il pallino di chi corre e di chi organizza. Dovrebbe ma non è. Perché i piloti, è cronaca recente, hanno altro da fare quando ci sono delle safety commission importanti, o perché si dice ai piloti delle classi minori che va tutto bene quando non lo è, magari per non buttare via il segnale satellitare per le TV pagato caro dai vari concessionari e si nasconde loro che l’eliambulanza non c’è per mal tempo, per esempio.

La sicurezza dovrebbe essere più “mandatory” (obbligatoria) e forse serve più attenzione sulla tanta già spesa in questi anni. Chi scrive non dovrebbe dare delle soluzioni perché dalla tastiera si sbaglia sempre, ma ci sono delle cose che ancora non sono obbligatorie. Una di queste è l’airbag per i piloti. Ancora questo strumento (che aveva Simoncelli e anche Salom) non è nelle tute di tutti dalla Moto3 alla MotoGP, c’è ancora qualcuno che non lo usa. Non va bene e lo sappiamo tutti.

Poi ci sono le commissioni sicurezza che non devono essere viste come una inutile perdita di tempo da parte di piloti e organizzatori. Ci giochiamo la pelle di ragazzi che poi ci troviamo a commemorare, quando qualcosa va storto, ci vuole partecipazione e testa, anche in pista.

La Direzione di pista ha paura di sanzionare i piloti ultimamente, mentre in passato non si è fatta scrupoli a lasciare fermo un pilota per condotta irresponsabile, oggi al massimo ti fanno partire ultimo. Si impara sia con le sgridate che con le maniere forti e forse qualcuno ne ha bisogno, pure dopo una tragedia come quella di venerdì scorso e dispiace rilevarlo.

Insomma, sicurezza. In tutto, anche nel versare la benzina al box, nell’assicurare tutti i membri del proprio team per infortuni, per avere il prima possibile una cultura che ci faccia guardare uno sport pericoloso come il motociclismo, senza perdere cazzotti in faccia come quello di Kato, Lenz, Tomizawa, Simoncelli e Salom (e da parte di tutti gli altri che ci hanno lasciato troppo presto, anche se stavano facendo quello che li appassionava di più). Personalmente non mi consola più questa scusa.

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