La difficile questione degli allenamenti per i piloti

La caduta in allenamento con la moto da fuoristrada di Valentino Rossi è ancora fresca. Il Dottore ha riportato la frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra, la stessa che si infortunò al Mugello nel 2010. Allora passarono 40 giorni dall’operazione per tornare in pista, questa volta Vale si gioca la lotta al mondiale. Un peccato perché la sfida 2017 per il titolo appare a sei gare dalla fine della stagione, più che mai combattuta e perdere un contendente come Rossi svilisce il confronto.

Quello di cui volevo parlare, però, è l’annosa questione dell’allenamento dei piloti, tutti, di qualsiasi categoria o campionato. Se fai il pilota, sei un atleta della guida per questo non puoi solo allenarti in palestra sul tapis roulant o sulla ciclette. Il 2017 lo ricorderemo come l’anno nero degli allenamenti. Nicky Hayden ha perso la vita proprio mentre si allenava in bicicletta, nei dintorni di Misano, poi la frattura di Rossi, ma non sono solo questi nella storia del motociclismo moderno gli infortuni fuori dalle piste.

Lo stesso Marco Simoncelli, prima di iniziare la sua difesa al titolo mondiale della 250, nel 2009, cadde in allenamento con la moto da cross, rompendosi un polso, stessa cosa accadde a Rossi con la spalla, infortunio che si portò dietro negli anni con la Ducati. E poi ancora Barberà, Bautista, Sofuoglu, Rins e Mercado quest’anno, insomma tutti hanno fatto i conti con qualche guaio in allenamento o in prova prima dell’inizio della stagione o durante. E’ un problema generalizzato dunque, ma non può essere altrimenti. Un pilota, da atleta della guida, deve potersi allenare a guidare e per le moto, i simulatori non bastano.

Girare, girare, girare, con qualsiasi mezzo. I piloti di moto usano i kart, le moto da cross, le moto da enduro e da motard, qualcuno ha dei muletti che usa in pista o in kartodromo.  Ricordo Johann Zarco che, quando correva in Ioda, aveva comprato una Suter non di ultimo pelo, per allenarsi in Francia sui kartodromi o su altre piste, strette e difficili, in questo modo riusciva a carpire tutti i segreti della Moto2 per la sua stagione. C’è anche Tito Rabat, che da sempre si allena in pista con una Honda CBR1000RR della quale cura lui stesso la manutenzione (e con la quale si è fatto anche male una volta), poi c’è Miguel Oliveira, che per allenamento ha partecipato ai test Superbike di Portimao in sella a una Yamaha R1. Lo stesso Valentino Rossi, con la sua VR46 Academy ha portato ai massimi il concetto di allenamento alternativo in moto (insieme a quello in palestra) con i suoi corsi che sfornano piloti sempre più competitivi in tutte le classi.

Insomma i piloti hanno bisogno di guidare. Non è possibile pretendere che scendano in pista solo nei week end di gara. Servono chilometri su chilometri per mantenere e sviluppare il proprio occhio da corsa, i riflessi e per capire sempre più intimamente tutti i movimenti del mezzo per cambiare o migliorare la propria attitudine alla guida.

Lo sappiamo tutti, del resto, che andare in moto e praticare lo sport della moto è pericoloso. Già chi va in strada con due ruote vive dell’adrenalina della guida, pensate a limitare i piloti, che di quel brivido nelle vene non possono fare a meno. 

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