Amarcord da coronavirus e la riscoperta di Jerez 1996

Stare chiusi in casa è una vera tortura. Necessaria, indispensabile ma innegabile. Il coronavirus che sta martoriando il mondo e mettendo in ginocchio i sistemi sanitari di tutti i Paesi, ci sta costringendo a passare molto tempo da spicciare. Sì, c’è lo smart working, sì, ci sono i libri, ma noi motociclisti siamo fatti di acqua, sangue e adrenalina a due ruote. Non si scappa.

Ecco in una di queste nottate praticamente insonni, dopo aver letto per tutta la giornata degli effetti della bestiaccia in Italia e nel mondo, con la depressione che ti bussa sulla spalla sussurrandoti all’orecchio, che no, non andrai più in moto quest’anno e forse non lo farai nemmeno il prossimo a meno che non arrivi al più presto un vaccino, mi metto a caccia di qualcosa da vedere alla TV. Dove sono ora in Argentina, uso molto la rete e youtube è un grande alleato per staccare il cervello. Ci trovi tutto, dai gatti ai tutorial per crackare il bimby, dai documentari sulle oloturie di mare e le relative abitudini riproduttive, fino alle gare degli anni novanta. Stupendo.

In una notte calda di autunno argentino scatta la malattia. Jerez 1996. La pista è diversa da quella che conosco e che ho vissuto nei miei anni di paddock. Non c’è il “disco volante” sul traguardo, i box e le strutture di sala stampa e sale vip mi paiono completamente differenti. Tutto da (ri)scoprire. Quella gara mi ricordo di averla vista in diretta. Nel 1996 iniziavo a lavorare mentre facevo (o almeno provavo) a fare l’università. Erano ancora gli anni in cui mi svegliavo alle 3 per vedere i GP di Australia, Malesia e Giappone. Erano gli anni di Luca Cadalora che correva con una Honda bianca contro il team mammasantissima Repsol che schierava Mick Doohan, Alex Criville e Tadayuchi Okada con la bicilindrica. Erano gli anni dei motorini truccati, degli scooter che andavano a freccia con i kit Polini, Malossi e Daytona. Era ancora il tempo delle 125 per i sedicenni da 34 cavalli e c’era ancora la Sport Production.

Questa sequela di ricordi riaffiora alla mente mentre le immagini indugiano sulla griglia di partenza. Ci sono delle facce note, le riconosco. Jeremy Burgees al fianco di Doohan, Erv Kanemoto con Luca Cadalora, unico pilota sulla griglia con la tuta bianca, più da tester di MotoSprint che da pilota della 500. C’è Doriano Romboni con l’altra bicilindrica, l’Aprilia dopata a 400cc, grigia con la tabella blu. C’è Loris Capirossi con la Yamaha 500. Ci sono fotografi che riconosco, giornalisti con i quali ho lavorato e collaborato. Cavolo se mi rimetto nel me stesso del 1996 non lo avrei mai detto!

C’è pure un giapponese alto e con i capelli lunghi, è Norifumi Abe che quell’anno ha diviso il box, oltre con Capirossi, anche con Jean Michel Bayle e Kenny Roberts Jr.. Vi rendete conto che annata!? Team ufficiali con più moto e con piloti forti, team privati con moto praticamente ufficiali che si presentano a carena bianca contro i colossi e piccole realtà imprenditoriali del nord est che cercano di fare a botte con i giganti del motociclismo. Mi stavano scendendo le lacrime.

Sì perché qualcosa si è rotto nel frattempo. Le immagini mi riportano un circuito strapieno di pubblicità di tabaccai, così come ci sono intere squadre che sfoggiano quei loghi, ci sono le prime aziende di telecomunicazioni cellulari come la Airtel, che sponsorizzava il Team Aspar, c’erano i soldi e per questo c’era una griglia di partenza colma e tanti doppiati nelle ultime fasi della gara.

La gara di Jerez del 1996 mi ha portato indietro nel tempo. Ho iniziato a tifare Cadalora, in lotta da subito per la prima posizione con Alex Criville. Ho sperato che Romboni rimanesse nel gruppo di testa (ma quella gara Doriano la finirà nella sabbia), ho tifato di brutto per Okada che nelle curve andaluse fece faville contro Doohan. Il giapponese non si tirò mai indietro, lottando come un pazzo per la mancanza di velocità di punta, ovviando con frenate alla kamikaze e a con una pulizia di guida che oggi ci sogniamo la notte.

Jerez d’altri tempi. Era la gara della festa ma anche dei morti in strada per le continue sfide di motociclisti che si spingevano ad affrontarsi sulle strade della città in gare di accelerazione improvvisate dove quando cadeva una moto falciava l’improvvido pubblico. Era la gara del calore spagnolo, pure troppo in quell’occasione. Se vi ricordate la gente si riversò sulla pista durante l’ultimo giro in piane battaglia tra Criville e Doohan, risolta all’ultimo giro dall’australiano con un passaggio in appoggio sulla carena del catalano che pochi istanti dopo cadde. E’ stata la gara dei fischi a Doohan con il pubblico che acclamava Criville, furioso per la mossa del compagno di squadra.

Fu un podio romantico, con Cadalora secondo e con Okada terzo, davanti alle Yamaha (Capirossi quarto) e alle Suzuki ufficiali. Ecco. Con l’adrenalina che ancora oggi ho guardano le gare di moto, mi sono quasi commosso per aver guardato con tenerezza una delle più interessanti gare della 500. L’avevo scordata, avevo dimenticato quel mondo, quella passione.

C’era voglia di sperimentare, di confrontarsi, di giocare. C’è ancora, è solo in pausa, anche se so già che non bisognerà avere fretta, la fretta del paddock stavolta deve cessare.

Si tornerà a correre, con calma, quando tutto questo casino virale ci avrà cambiato del tutto. L’invito è riassaporare nel frattempo le gare del passato, per cercare di riportare in campo quelle attitudini e quel mondo perduto.

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