Il bello di essere outsider nella MotoGP

E anche la stagione 2020, ce la siamo levata dalla mente (non era proprio così che dicevano in “Vacanze di Natale”, ma ci siamo capiti). Nel pieno di un anno orrendo, fatto di virus e di morti, di numeri infausti, di bollettini e di colori nelle regioni, alla fine la Dorna ce l’ha fatta.

Sono stato il primo degli scettici, invocando – durante il primo lockdown – una pausa di riflessione agli organizzatori del mondiale. E invece, nonostante si sia corso solo in Europa e senza pubblico vero sugli spalti, è venuta fuori una stagione bella e divertente.

Nove vincitori diversi in 15 GP disputati. la KTM che vince 3 volte, due con Oliveira (che è giustamente eroe nazionale essendo il primo portoghese a vincere – 2 gare – nella classe regina e a fare una pole oltretutto sul circuito di casa), Joan Mir che diventa campione del mondo su una Suzuki e Alex Marquez che sale due volte sul podio da licenziato da compagno di squadra di Marquez “vero” che nel frattempo non ha corso e rischia la carriera per un intervento al braccio infortunato forse non concepito benissimo dal principio.

Non dimentico nemmeno il flop Quartararo – il francese predestinato a inizio stagione al titolo che poi ha chiuso ottavo – e la stagione maiuscola di Franco Morbidelli, vero e unico interprete della Yamaha M1 (vecchio modello) in barba ai pilotoni e ai geni del team ufficiale. Dietro al successo di Franco, c’è un team motivato e giovane, ma soprattutto un capotecnico che la M1 l’ha costruita davvero (con Jorge Lorenzo): quel Ramon Forcada epurato dalla prima squadra, che ora ride come un matto sotto la mascherina, visto che il suo pilota ha fatto diventare la M1 ufficiale modello 2020 un cavallo zoppo e inconcludente.

Questa cosa dei licenziamenti ha un po’ condizionato tutto il mondiale appena chiuso. Senza moto per il 2021, se vi ricordate, sono rimasti – prima di aver fatto una gara nel 2020 – il già citato Alex Marquez, Danilo Petrucci, Cal Crutchlow, Tito Rabat (a sua insaputa li per li), Andrea Dovizioso e Danilo Petrucci. Il “case history” Ducati sulla gestione dei piloti meriterebbe tomi e lezioni universitarie, quindi lasciamo perdere per ora. Concentriamoci sull’innata voglia di mandare un siluro di inizio stagione che ha preso un po’ a tutti i team manager a partire da Alberto Puig. Questo campione di simpatia iberica, ha infilato due capolavori in due anni. Il primo è stato cacciare Jorge Lorenzo (che, vabbè con la Honda non si era trovato, ma che brocco brocco proprio non è), il secondo è stato cacciare il fratello di Marc Marquez per il quale aveva cacciato Lorenzo, il tutto per prendere un pilota bravo ma non top, come Pol Espargarò, incapace ancora di vincere una gara con la KTM portata sotto alla bandiera a scacchi davanti a tutti da Binder e Oliveira, due piloti che i bookmaker non avevano mai scritto sul taccuino.

Dunque quella appena terminata è stata una bella stagione. Combattuta dall’inizio alla fine. Incerta e piena di colpi di scena, con protagonisti che prima non avremmo potuto immaginare, ma soprattutto con la ribalta di squadre che fino all’inizio del 2020 eravamo abituati a posizionare indietro nello schieramento, solo per essere non ufficiali o “indipendent” (che fa più figo). Ricordiamoci della caporetto del Team ufficiale Yamaha a vantaggio dei malesi di Petronas, della sparizione del Team HRC a vantaggio della stella nascente nipponica Nakagami (ottimamente guidato dagli uomini e donne LCR), delle occasioni mancate del Team KTM ufficiale e raccolte da Hervé Pocharal e da Oliveira e del mondiale perso in partenza da Ducati e Dovizioso, che semplicemente hanno preferito non entrare nella lotta perché troppo impegnati a farsi venire il fegato amaro a vicenda, il tutto condito dal mondiale costruttori guadagnato – anche e soprattutto – grazie al lavoro dei privati Pramac (con Miller e Bagnaia, prossimi ufficiali di Borgo Panigale) e di Zarco in sella alla moto del 2019 affidata al team Esponsorama.

E’ mancato il pubblico, ma non si poteva fare altrimenti. E’ mancato il calore e il colore di chi prende la moto e va a vedere i campioni. Le piste con solo il paddock popolato erano un colpo nello stomaco. Ma non è mancato lo spettacolo. Quindi bravo Don Carmelo per averci creduto. Ma il lavoro non è finito, bisogna continuare a costruire sulle macerie che il Covid-19 si lascia dietro e non sarà una sfida facile, nemmeno stavolta.

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